Ci sono cose che so bene e che nessun altro conosce meglio di me.
Particolari nascosti, timidi quanto un sentimento, che mi danno sicurezza e calma: una sfumatura, un gesto, un gusto, che torna preciso, puntuale, come un treno veloce.
Sono lì, nel mio occhio soltanto, ben cementati nell’anima o tra le mie narici, apparentementi sopiti, in attesa di un richiamo.
L’ombra del noce sulla valle nelle sere limpide, la tua bocca che si piega sulla ceramica, in controluce, tra il fumo del latte e la mattina che fa capolino attraverso le finestre, l’odore della nebbia che prende gli alberi e i vestiti e ne fa una cosa sola.

Amo le coincidenze, sono attimi preziosi da riguardare al rallentatore.
I colori delle nostre domeniche fuori porta erano il verde e il bianco, gli stessi degli scacchi sulla coperta che usavamo per coprirci o per sdraiarci, quando l’erba era ancora umida, erano l’arancio del thermos a cui correvamo con la gola che bruciava, dopo un liberatorio “per tutti!”, o il rosa delle mie gambe scoperte da poco, ancora immacolate dalle scivolate sui sassi.




Ritornare e godersi la lentezza di uno sguardo al giardino, ai rami di gelso che si son fatti troppo lunghi e ti pettinano i capelli quando cammini sul sentiero, alle verdure da raccogliere e al congelatore, unico amico che offre qualche avanzo, conservato per i momenti complessi, proprio come questo.


