On air: “Tell it like it is- Aaron Neville”
A sei anni il caldo si risolveva in una bottiglia di sciroppo e nella forza delle nostre mani.
Un batticarne, uno canovaccio pulito e qualche cubetto di ghiaccio: la granita rappresentava l’antidoto perfetto contro certe linee d’ombra impossibili da superare nei pomeriggi di luglio, contro gli imprevisti e i suoi strascichi sul cuscino, contro la noia data dalla nostra immobilità, vittime com’eravamo del solleone e di quelle incertezze che solo l’estate e la fanciullezza possono farti sentire così vive e prepotenti.

Copenhagen con me aveva già vinto la scommessa ancor prima di partire. Facile, forse, per una che al posto degli occhi si ritrova con due serbatoi da riempire d’aria e di paesaggi, ma non così scontato come si possa credere, perchè immaginare un viaggio e sognarlo a lungo può creare aspettative troppo alte.
Ci sono libri che mi appartengono almeno quanto le prime rughe che ho sul lato sinistro della bocca.
Se credessi un po’ di più all’astrologia, sarebbe facile spiegare, per un segno di terra come il mio, tutta quest’aria tra i capelli che mi porto dentro da sempre.









