Febbraio ti fa i conti in tasca, rimescola le carte rimaste nel mazzo, spende energie per tirare le gambe al giorno, ma di notte si diverte a vestire paillettes e lustrini e ammicca alla luna.
Febbraio è una scarpa vecchia, che calza a pennello, sono i bucaneve sparsi tra i rovi bruciati, le gemme gonfie che si fan belle al sole, i fiori dei noccioli che pendono come gioielli dai lobi del bosco.
La terra alla fine dell’inverno, sembra raccogliere storie dal fondo delle pozzanghere, ruba attenzione anche ai cuori più distratti coi suoi celeste e i suoi rami argentati, confonde l’aria, lasciando percepire l’arrivo di una stagione nuova.

Il volto umano non mente mai: è l’unica cartina che segna tutti i territori in cui abbiamo vissuto.

I colori delle nostre domeniche fuori porta erano il verde e il bianco, gli stessi degli scacchi sulla coperta che usavamo per coprirci o per sdraiarci, quando l’erba era ancora umida, erano l’arancio del thermos a cui correvamo con la gola che bruciava, dopo un liberatorio “per tutti!”, o il rosa delle mie gambe scoperte da poco, ancora immacolate dalle scivolate sui sassi.
Verde come l’erba che cresce inclemente tra una pioggia e l’altra, come le ciliegie sdraitate sui rami, come la calma che regala il bosco la sera, quando cala la luce e tutti i passanti, tutte le biciclette lasciano spazio al silenzio.