On air: “For no one- The Beatles”Ho adorato gli impasti fin dall’infanzia: i piedi non bastavano ancora a superare il muretto della pizzeria, ma per quello c’era mio padre, che mi prendeva per la vita e mi sollevava poco sopra il davanzale di granito.
Me ne stavo lì, in quel ritaglio d’aria tra la terra e cielo, incantata mentre nuvole di farina occupavano tutto il mio tempo e la mia attenzione: invidiavo quel grembiule bianco, la smaccata sicurezza di chi ha finalmente domato la materia, la forza e la delicatezza di quelle mani al lavoro.

Le ore più calde dell’estate passavano lente sotto quel balcone, dense come il miele, scivolavano come acqua nelle fessure del terreno.
Ho sempre pensato al termine “ultimo” come a una parola carica di significato positivo.
I pensieri migliori arrivano nei momenti più improbabili, legati chissà a quale filo sottile, come un inciampo o uno scoppio, mentre ricaccio i pollini sotto il portico o litigo con le formiche che assediano le finestre. Li lascio passare, un po’ come si fanno passare degli ospiti inattesi, con quella gioia mista a stupore, irritata, anche se in maniera quasi impercettibile, perchè quasi certamente a fine chiacchierata avrò dimenticato molte delle parole che avrei voluto scrivere nero su bianco.
E’ il momento dei rosa dipinti qui e là, delle nuvole veloci, dei libri lasciati a metà, delle prime giornate vissute all’aperto dall’inizio alla fine, senza esitazioni, nè rimorsi.
Se credessi un po’ di più all’astrologia, sarebbe facile spiegare, per un segno di terra come il mio, tutta quest’aria tra i capelli che mi porto dentro da sempre.
La mente è un perfetto selettore naturale: cancella e rivede i ricordi in maniera del tutto soggettiva, accentuando profumi e forme altrimenti superflui.