Mi reputo una persona curiosa, quando per curiosità intendo quella buona, che non ruba attimi di vita, ma che ti tiene sveglia la notte con pensieri più fondi del nero e che di giorno ti fa stare col naso all’insù a rischio di sbattere i piedi contro i sassi e il muso contro il muro.
Curiosa per amore di conoscenza, attratta da tutto ciò che è singolare, insolito, o semplicemente sconosciuto, ma al tempo stesso fortemente attaccata alla normalità e alla tradizione.

Mario è entrato deciso, con quell’aria di chi in un luogo sente tutta la familiarità e il calore, con il volto rilassato di chi sta ritornando, di chi ha ancora la buona abitudine di lasciare un buongiorno insieme al suo sorriso.
Ho sempre amato il rientro a scuola, quei tre mesi che mi separavano dai compagni, fatta eccezione per qualcuno, erano un tempo illimitato, lunghissimo, che si traduceva nel biondo carico delle ciocche che incorniciavano il viso e nella speranza un po’ frivola, che qualcuno si ricordassse del mio compleanno appena passato.
I pensieri migliori arrivano nei momenti più improbabili, legati chissà a quale filo sottile, come un inciampo o uno scoppio, mentre ricaccio i pollini sotto il portico o litigo con le formiche che assediano le finestre. Li lascio passare, un po’ come si fanno passare degli ospiti inattesi, con quella gioia mista a stupore, irritata, anche se in maniera quasi impercettibile, perchè quasi certamente a fine chiacchierata avrò dimenticato molte delle parole che avrei voluto scrivere nero su bianco.