On air:”Change is gonna come- N. Jones”
Ci si abitua in fretta al quotidiano, un po’ come si misurano i passi sulle scale, non servono gli occhi per sapere dove si va, si segue l’istinto, si ascoltano i battiti, quasi si suonasse una musica silenziosa, intima, privata.
Ci si abitua ai colori nuovi, alle stagioni che arrivano e ci scivolano addosso come acqua che docile riempie le fessure, alla terra che perde consistenza sotto i nostri passi, alle foglie fitte sul prato.

Il volto umano non mente mai: è l’unica cartina che segna tutti i territori in cui abbiamo vissuto.
N.1. ha rubato il libro dallo sgabello della cucina, strappandolo da dove lo avevo appoggiato mentre preparavo il nostro pranzo veloce del mercoledì, e dall’alto dei suoi otto anni suonati ha esordito con un “Mi prepari questa mamma?!”.
Ho sempre pensato al termine “ultimo” come a una parola carica di significato positivo.
I colori delle nostre domeniche fuori porta erano il verde e il bianco, gli stessi degli scacchi sulla coperta che usavamo per coprirci o per sdraiarci, quando l’erba era ancora umida, erano l’arancio del thermos a cui correvamo con la gola che bruciava, dopo un liberatorio “per tutti!”, o il rosa delle mie gambe scoperte da poco, ancora immacolate dalle scivolate sui sassi.