Mario è entrato deciso, con quell’aria di chi in un luogo sente tutta la familiarità e il calore, con il volto rilassato di chi sta ritornando, di chi ha ancora la buona abitudine di lasciare un buongiorno insieme al suo sorriso.
Chiuso nel suo cappotto color havana, con l’eleganza che solo certi uomini sanno ancora indossare, ha iniziato a raccontare del suo pane di polenta.
Dentro a quegli occhi piccoli che luccicavano ed esprimevano ancora tutta la gioia e la devozione per una crosta profumata, si potevano intravedere gli scorci di una terra, le sue abitudini e le tradizioni ancora ben ferme.
Si leggeva in maniera chiara di come, in tempo di guerra, lavorare al forno fosse una benedizione, una salvezza, per un bambino di 12 anni.

I pensieri migliori arrivano nei momenti più improbabili, legati chissà a quale filo sottile, come un inciampo o uno scoppio, mentre ricaccio i pollini sotto il portico o litigo con le formiche che assediano le finestre. Li lascio passare, un po’ come si fanno passare degli ospiti inattesi, con quella gioia mista a stupore, irritata, anche se in maniera quasi impercettibile, perchè quasi certamente a fine chiacchierata avrò dimenticato molte delle parole che avrei voluto scrivere nero su bianco.
Verde come l’erba che cresce inclemente tra una pioggia e l’altra, come le ciliegie sdraitate sui rami, come la calma che regala il bosco la sera, quando cala la luce e tutti i passanti, tutte le biciclette lasciano spazio al silenzio.
E’ il momento dei rosa dipinti qui e là, delle nuvole veloci, dei libri lasciati a metà, delle prime giornate vissute all’aperto dall’inizio alla fine, senza esitazioni, nè rimorsi.